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1) Parte 1. Le più frequenti domande sull’implantologia.

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L’implantologia è una branca della chirurgia orale al servizio dell’odontoiatra Protesista. Deve pertanto da questi essere proposta ed eseguita quando altre soluzioni protesiche valide non siano gradite al paziente.
La possibilità di ricorrere a soluzioni Protesiche fisse ancorate su impianti deve essere validata da un attento studio clinico preimplantologico di ordine medico-chirurgico generale, e clinico radiologico (di ordine locale).
Grazie all’implantologia si è in grado oggi di risolvere le più disparate situazioni di edentulia (mancanza di elementi dentari), con soluzioni Protesiche fisse, o se removibili, confortevolmente ritentive.

Parte 1. Le più frequenti domande sull’implantologia

Cos’è un impianto, e di cosa è costituito ?

L’impianto endoosseo dentale è un sostituto della radice naturale del dente. L’impianto è una struttura di titanio, materiale diffusissimo in natura e altamente biocompatibile (accettato dall’organismo e utilizzato da decenni in altre branche della medicina come l’ortopedia: protesi d’anca, protesi del ginocchio, etc.). Grazie alle capacità fisico meccaniche del titanio, l’impianto si integra/anchilosa nell’osso (osteo-integrazione = crescita dell’osso direttamente sulla superficie dell’impianto).

Che forma ha un impianto?

Generalmente un impianto ha forma cilindrico /conica, di diametro variabile da 2 a 8 mm, e lunghezza variabile tra i 5 ed i 15 mm (4 mm di diametro e 10 mm di lunghezza la dimensione media). L’impianto ha una filettatura sul lato esterno per potersi validamente immaschiare nell’osso del sito ricevente e una filettatura interna che permetterà di avvitarvi dei monconi, che permetteranno la applicazione delle strutture protesiche necessarie (che vi saranno o cementate o avvitate). La scelta del tipo d’impianto è dettata dalle particolare situazione anatomica della sede da trattare.

Come viene applicato un impianto?

L’intervento richiede generalmente una piccola incisione della gengiva (rapportabile al numero di impianti da inserire) che consenta di praticare un foro nell’osso, calibrato in rapporto al diametro dell’impianto selezionato. Talora è possibile addirittura evitare l’incisione della gengiva, praticandovi semplicemente un tassello rotondo.

Quanto tempo richiede questa metodica?

Dopo l’inserzione dell’impianto occorre generalmente un intervallo di due / tre mesi per l’osteointegrazione. In questo periodo vi sono due possibilità:

1) l’impianto viene inserito a pari dell’osso, e la gengiva lo ricoprirà per cui non sarà visibile. Dopo 2/3 mesi, ad osteointegrazione avvenuta, con un semplice intervento di riapertura della gengiva si creerà un tunnel gengivale, applicando una vite “di guarigione”, avvitata nell’impianto che fuoriesce dalla gengiva visibile in bocca come un cilindretto di titanio lucido. La gengiva vi guarirà attorno lasciando un tunnel di collegamento tra la testa dell’impianto e la bocca, per poterne poi prendere l’impronta e quindi avvitarvi la protesi programmata.

2) la vite di guarigione viene applicata direttamente al momento dell’intervento, sarà quindi visibile per tutto il periodo della osteointegrazione, evitando così la necessità del secondo intervento.
A osteointegrazione compiuta (2 o 3 mesi in genere), verranno applicati gli elementi protesici. È talvolta possibile, ma solamente in casi selezionati e con opportuni accorgimenti, la protesizzazione degli impianti in contemporanea (carico immediato), seppure con protesi di tipo provvisorio. In certi casi invece ( come per esempio nei casi nei quali si abbina la ricostruzione ossea all’inserimento dell’impianto, o in casi di osso di bassa qualità) la attesa potrà essere più lunga anche di 4, 5 o 6 mesi.

Che igiene occorre praticare?

La stessa igiene praticata per la pulizia dei denti naturali, delle protesi fisse (corone, ponti) o removibili.

Chi può praticare l’applicazione degli impianti osteointegrati e la loro protesizzazione e in che ambiente devono essere effettuate?

L’applicazione degli impianti come ogni altra procedura odontoiatrica può essere effettuata solamente dall’Odontoiatra che per legge deve essere o 1) un Dottore laureato in Odontoiatria e Protesi dentaria oppure 2) un Dottore laureato in Medicina e Chirurgia oppure 3) un Dottore laureato in Medicina e Chirurgia, Specializzato in odontoiatria. 2 e 3 devono per legge limitare la attività all’Odontoiatria, con nota registrata nell’Albo dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri, al quale sono per legge regolarmente iscritti. L’ambiente in cui è praticato l’intervento deve possedere caratteristiche igieniche e tecnologiche, idonee a questa pratica chirurgica.

La metodica è dolorosa?

L’applicazione di uno o più impianti non è assolutamente dolorosa (sono sufficienti le normali anestesie locali comunemente utilizzate nella pratica odontoiatrica, per un intervento che va dai 30 minuti, per un impianto, ai 90 minuti per una arcata completa). Nella fase successiva all’intervento può verificarsi edema, ma i medicamenti prescritti dal medico sono idonei a controllare sia questo che il dolore.

Si parla di rigetto degl’impianti.

La percentuale di successo degli impianti a 10 anni dall’intervento è stimata attorno al 95-98% a seconda della sede e della tecnica utilizzata. Tali dati, supportati dalla letteratura scientifica internazionale, prendono in considerazione l’utilizzo da parte dell’odontoiatra qualificato di impianti scientificamente studiati e controllati da studi longitudinali negli anni attraverso protocolli chirurgici codificati (pochi sono i tipi di impianto disponibili in commercio che rispondono ai suddetti requisiti). Il rarissimo fallimento o rigetto dell’impianto è determinato dalla mancata crescita di osso sulla sua superficie con la creazione di un gap riempito di tessuto connettivo (molle), sede di infiammazione, tra l’osso e l’impianto che diverrà conseguentemente mobile. La causa è in genere sconosciuta e potrebbe dipendere: da possibili contaminazioni di superficie dell’impianto a livello di fabbrica, da problematiche chirurgiche, da applicazione di protesi incongrue, da variazioni dello stato immunitario del paziente. Sintomo della mancata o perduta osteointegrazione è la mobilità. E’ comunque possibile facilmente rimuovere l’impianto, e di applicare un impianto sostitutivo dopo un certo periodo di tempo. Questa procedura va effettuata immediatamente ai primi sintomi della mancata osteointegrazione (mobilità, dolore, infezione), in quanto l’attesa può provocare distruzione del tessuto osseo a tal punto che nessun impianto possa essere messo a sostituzione dell’impianto fallito.

Quale età è adatta alla pratica dell’implantologia?

L’implantologia può essere praticata in pazienti che abbiano portato a termine il picco di crescita corporea (seppure una crescita residua dei mascellari sia stata dimostrata presente in tutte le età); non va effettuata prima dei 18 anni di vita, eventualmente aiutandosi con tests per appurare il completamento della crescita. L’età più avanzata per l’applicazione degli impianti è determinata dalla idoneità delle condizioni di ordine medico generale/ chirurgico che l’odontoiatra riterrà idonea, naturalmente previa consultazione col medico curante, in quanto un impianto può essere inserito anche nell’osso di un paziente di 95 anni ma sano.

Che rischi ci sono nella applicazione di un impianto?

I normali rischi della chirurgia orale, che vengono prevenuti dall’odontoiatra: attuando condizioni di sterilità adeguata all’intervento, studiando con precisione il caso, sia protesicamente che radiograficamente (con radiografia endoorale digitale, radiografia panoramica digitale, spesso con l’ausilio di una indagine radiologica 3 D (TC/Cone Beam), per valutare:

1) il numero di impianti necessari,

2) la quantità di osso (sia in altezza che in spessore) effettivamente disponibile nelle basi ossee, con lo scopo a) di sapere se può ospitare un impianto, b) di evitare di danneggiare strutture anatomiche importanti.

Per maggiori notizie sull’uso della indagine radiologica, vedi a “. Parte 3. Per sapere se c’è osso sufficiente….”

Quali sono le strutture anatomiche che possono essere danneggiate ?

Nella mandibola: il nervo alveolare inferiore (con conseguenti turbe della sensibilità del labbro inferiore), strutture vascolari, in caso di sfondamenti della compagine ossea (con conseguenti emorragie sia intraoperatorie, ben controllabili, che post operatorie, da tenere in considerazione nei tre giorni successivi all’intervento, estrinsecantesi per esempio con la sensazione di difficoltà alla deglutizione, o sollevamento della lingua).
Nel mascellare superiore: seno mascellare, fosse nasali.

Cosa fare dopo l’ intervento di chirurgia implantare?

Attenersi rigorosamente alle istruzioni dello stampato che viene consegnato il giorno in cui viene programmato l’appuntamento alla segreteria. Tale stampato elenca cosa fare nei giorni antecedenti l’intervento, nel giorno dell’intervento, e nei giorni successivi all’intervento stesso. Tenere sempre a portata di mano i numeri di telefono dello studio (in testa allo stampato) e telefonare per qualsiasi evenienza, anche se apparentemente non importante, come per esempio sensazione di gonfiore alla lingua o apparente difficoltà a deglutire, oppure un goccio di sangue dal naso.

Dopo l’intervento ci possono essere inestetismi?

Si tratta di piccoli o medi interventi chirurgici e per questo motivo, talora si possono verificare ematomi, che si riassorbono in breve tempo, o un leggero gonfiore delle zone interessate.

La protesi implantare è compatibile con l’estetica?

L’estetica è garantita come in qualsiasi tipo di protesi fissa/removibile, con rarissime eccezioni causate da distruzioni ossee, non completamente ricostruibili.